Claudia Ruggeri • Poesie 1980-1989

VEDRAI

se io se tu se noi io con
te si riuscisse a
dire noi allora tu e
lui lei e te cioè
quindi perciò voi fra
di voi senza me solo
con te mio dio perché
se solo mio io tu mia
con te quindi con lui che
non potendo essere io manco
possiamo essere noi oltretutto cosa
ci fai con lei non
essendo io non essendo tu avendo
lui lei cose che io non ho e poi infine poi
poi dimenticherai vedrai

 

* * *

 

AL PADRONE

Non cambiarmi le valvole padrone non cambiare i miei circuiti logori ma lasciami morire. Ritorna alla tua terra tra le stelle, lasciami sola in questo mondo ostile ove l'acciaio non resiste agli acidi.

Ben altre sfere e ruote gireranno per te nell'universo ed io fioca scintilla nell'infinita fiamma lascia che in questo istante mi consumi.

Nel mio cervello elettrico solo un circuito ancora regge il carico, quello della preghiera, perciò ti prego non cambiar le valvole, non aggiustare i miei circuiti logori ma lasciami morire.

Oh si ti prego, lasciami morire.

 

* * *

 

PROMESSA

l’elemento innerva corpo dato
errore di tempo probabile di caso
percepito ipotesi qualche stella
scoppia in silenzio la chiamano
Una volta quando si dice una volta
e lo si dice adesso – oggi persino
esiste un bosco acuto a nozze attinto
al volo persino ha dato il suolo
al passo che si spolpa al sole
spopolato verde fino alla soglia
l’ipotesi d’immagina che
collassa

spaurita

dentro al cuore

 

* * *

 

AD OGNI MEMORIA

ad ogni memoria è dato un proscenio
di squame di ruote di scarti di spazio
azione di stracci – ahi strappo
l’abbraccio a soggetto la gruccia di
luna la guerra (rinvigoriscono
i piedi pestando la terra) e gusci
maceria che macera l’orma che marcia
per gli occhi (inferociscono i piedi
battendo il suolo duro) e per
il vento che sboccia il paese
nel rumore

 

* * *

 

LA FAVOLA

Vi canterò la storia
dell’amore arrabbiato
tra due mostri scavato nell’odio;

insieme per anni
come sulle vette più alte
i quasi alberi-quasi cancro
che si contendono
l’estremo tepore di vita
nel sassoso contesto di freddo

per anni si strapparono
la vita di dosso
l’un l’altro
lentamente rito

Questa tensione alla morte
era un amore. Un amore geniale

 

* * *

 

A LECCE

Il giogo del calcinaccio
nella pietra porosa
La brusca decisione
dei Cristi 
nelle chiese
L’invito recidivo
delle braccia bloccate
del teatro.
Il triste soliloquio
del santo
nella piazza ed
il continuo mescere
le frasi
dei contadini in beghe
nel tuo foro
Il limite di vigne
e di contrade
spaccate
dalle preci
di donne nere
e gonfie.
E le vocianti truppe
dei sapienti guerrieri
espungnano e violentano
la tua fertilità e
ti allontanano,
sterile e secca,
nel tuo alibi di olivi.
Un lento accordo di pietra
e di divino,
di tabernacoli gonfi di sospetti
nelle sopite strade
che menano a quel Refe,
quella forte gomena,
che ti attracca,
indissolubilmente ti stringe,
contro il petto di un sole.
Un sole che ti guarda
frusta
mentre vorace,
sui tuoi carmi,
continua
a banchettare

 

* * *

 

ente dolente ribalta
ariele al cappio orobico rachele
ancora siede. Ancora emette minuscoli in
infiniti. Contro volo l’albero chiodato a
colonna né bosco né tempio a
piccole tempeste incapsulate prospero
reca il racconto col corpo dell’anello e
dal centro: l’ora del volo inabitato
fronti sole reca piene di cammino
accolto. Controllo respirazione intervallo

 

* * *

 

Benedetti l’Inferno
e il Paradiso
Benedetti la Gloria
ed il Tormento
Benedetto l’Eterno
purché sia!
Ma tu non lo saprai,
fin quando un verme
non roderà la tua carcassa
dentro,
ma proprio dentro,
fino al fondo.
Forse
non troverà
che una conchiglia
vuota.